Il trucco è la parola: Parla, mia paura di Simona Vinci


Titolo: Parla, mia paura
Autore: Simona Vinci
Editore: Einaudi
Prima edizione: settembre 2017

«Ecco il trucco, la magia: non chiudere, apri. Non nasconderti, mostrati».
In un’intervista su D di Repubblica, la Vinci parla della paura: 
«È un meccanismo di difesa naturale, se non ne avessimo non saremmo sopravvissuti come specie. Ma c’è un punto in cui devi lasciarla indietro e vivere.
Se ti blocca o schiaccia è un problema».

Proprio partendo da questo voglio parlarvi del suo ultimo romanzo edito da Einaudi per la collana Stile libero big. Simona Vinci racconta la sua paura.
Narra le sue fobie, le ansie e quella depressione che in un momento cupo della sua vita l’ha portata a pensare (pianificare, immaginare) al suicidio. Questo romanzo è sincero e necessario, bellissimo e doloroso, uno spiraglio aperto sui demoni personali dell’autrice in un percorso autobiografico che sembra una strada per liberarsi dai mali dando loro una forma, così da potervi convivere.
«Quando provi a raccontarlo a qualcuno ti senti ridicolo. E viste le reazioni incredule o distratte che ti trovi davanti, cominci a vergognarti e preferisci tacere, allontanarti, sparire. Le conversazioni diventano quasi sempre paradossali e da un certo momento in poi scegli di evitarle del tutto.

Sto male.
Come ti senti?
Sto male.
Sì, ma male come?
Ho paura.
Di cosa devi avere paura?
Di tutto.
Ma tutto cosa?
Sto impazzendo.
Ma cosa dici!? In fondo siamo tutti un po’ pazzi.
Sono depresso.
Eh, anch’io, cosa credi? Ieri mi sentivo veramente da schifo.
Sono triste.
Eh, la tristezza poi passa

La malattia mentale è ancora vista con diffidenza, non viene presa sul serio fino a quando non porta a gesti estremi. Viene trattata come se non fosse un problema reale solo perché non lo si riesce a vedere, a comprendere a fondo (a volte neppure se lo si è vissuto in prima persona), soprattutto se a soffrirne sono degli “insospettabili”, quelle persone che vivono la loro vita nel modo più “normale” possibile, affrontando la loro malattia.
É per questo motivo che trovo le parole della Vinci, necessarie. Nel suo racconto, che ho divorato in una giornata, la sincerità con cui racconta la sua esperienza mette il lettore di fronte alla materialità di questi mali che, seppur invisibili, sono in grado di distruggere la vita di chi ne è affetto.

Mettendo nero su bianco questa esperienza reale e recente, ciò che le è accaduto, e che in forme diverse accade a chi soffre di depressione, viene inserito in un contesto contemporaneo e vicino al lettore, riuscendo a toccarne la sensibilità e a stimolarne l’empatia. La Vinci parla di luoghi reali, suicidi recenti e realmente avvenuti, parla di ospedali e di elementi pratici dell’iter che va seguito per riuscire ad uscire dagli stati più fangosi della depressione, dando ad essa una concretezza che nell’immaginario collettivo, purtroppo, ancora manca.



Questo romanzo deve essere letto, ed è meglio farlo ora che poi.
La vicinanza temporale con gli eventi narrati dall’autrice è uno dei punti di forza di una storia che può toccare chi ha vissuto, o sta vivendo, un'esperienza simile, ma può anche aiutare chi non ha mai sofferto di depressione, ansia o attacchi di panico, a capire (o anche solo a immaginare) quali sono gli ostacoli e le trappole mentali nei quali incappano coloro che hanno questi problemi.

Malgrado ciò che sto per dire possa sembrare ovvio viste le tematiche affrontate, questo non è un libro semplice a livello emotivo. In particolare sono stata colpita dal capitolo dedicato alla maternità:

«Il punto è che la paura può tornare in qualunque momento.
Per la depressione, secondo me, non esiste una remissione totale».

«Avevo un bambino.
Era stato dentro la mia pancia per nove mesi e adesso era uscito e il mio corpo non si riprendeva e la mia testa bruciava».

«Avere un figlio è avere paura».

L’onestà con la quale Simona Vinci racconta il suo diventare madre costringe a riflettere su sentimenti che spesso vengono ignorati o considerati solo nella loro negatività senza essere sviscerati in modo tale da trovare ad essi una soluzione.
Perché ciò che talvolta sfugge parlando di questi argomenti è che esiste una soluzione, che non è una colpa soffrire, ma una condizione che può essere migliorata.

Simona Vinci decide di usare il mezzo della parola per «perdonarmi e al tempo stesso di offrire ad altri [...] la possibilità, se non di immedesimarsi, almeno di cogliere un riflesso di sé» nelle sue parole, ed è per questo che vi invito a leggere questo libro e a farmi sapere che ne pensate.

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